Cosa fare con il Disturbo Borderline?

Domanda.

Buonasera, l’anno scorso mi sono resa conto che probabilmente il mio compagno soffre di disturbo di personalità bordeline. Leggendo un profilo di un borderline su internet mi sono resa conto che era lui in tutto e x tutto , Non sono mai riuscita ad affrontare l’argomento con lui. Ho paura della sua reazione e di metterlo in confusione

 

Risposta

Salve, sul presunto Disturbo di personalità bordeline, bisogna premettere che da un punto di vista scientifico, le diagnosi di Disturbo di personalità sono tra le diagnosi più controverse. Da sempre hanno generato un basso accordo  tra gli addetti ai lavori. E tra queste, una delle più problematiche è proprio la diagnosi di Disturbo di personalità Borderline. Ciò, in pratica, significa che se consulta cinque esperti diversi, ha poca probabilità di trovarne tre che dicono la stessa cosa. Quindi l’utilizzo di queste categorie diagnostiche andrebbe fatto con estrema cautela. In tal senso, la diagnosi per essere minimamente attendibile deve essere fatta da un esperto e confermata almeno da un altro esperto. I presunti profili di personalità patologiche che si possono leggere su Internet hanno la stessa validità degli oroscopi, anche quando sono presi con un “taglia e incolla” dal DSM V (che dovrebbe essere lo strumento che guida la diagnosi del clinico).

E comunque ciò che è primario in ambito psicologico è la cura dei disfunzionamenti psicologici, e non tanto l’etichetta che si da loro.

In ambito psicologico, le prassi di cura sono profondamente diverse  da quanto accade in medicina, dove una corretta diagnosi è necessaria per intraprendere la cura efficace.

In ambito psicologico, la psicoterapia dipende più dalle caratteristiche del paziente, che da quelle del disturbo, e sebbene le une sono legate altre, queste due dimensioni non coincidono mai. Dunque la diagnosi in psicologia non è così importante, tanto che la maggior parte degli psicoterapeuti struttura il trattamento indipendentemente dal tipo di diagnosi. È importante dunque sfatare il mito della diagnosi in psicologia: ciò che fa la differenza sono le caratteristiche idiosincratiche della persona, al di là del disturbo, La dimostrazione è che lo stesso disturbo può essere curabile in un individuo, e non trattabile in un altro.

Ovviamente sono importanti anche le caratteristiche del terapeuta, e le tecniche che utilizza, tanto che uno stesso paziente, con un dato problema, può avere esperienze psicoterapeutiche fallimentari con uno o più terapeuti, e risolvere completamente il problema con un altro.

Il paragone con la diagnosi in ambito medico è fuorviante perchè le patologie in medicina hanno una realtà fattuale, mentre quelle in ambito psicologico non hanno un arealtà fattuale in quanto sono realtà costruite. Per approfondimenti in tal senso, suggerisco il libro di Paul Watzlawick “La realtà inventata” ed .Feltrinelli.

Sul Disturbo Borderline di personalità, vorrei aggiungere che la maggior parte degli psichiatri considera le terapie farmacologiche come lo strumento basilare di cura. Tuttavia molti non sanno che le linee guida del N.I.C.E. (National Instute for Clinical Excellence) danno indicazioni di NON usare farmaci per trattare i pazienti affetti da DISturbi borderline di personalità , se non per trattare condizioni di comorbilità, o durante le crisi, ma per periodi non superiori alla settimana (NICE, 2009, punto 1.3.5.1) NICE 2009

 

Mia figlia ha grossi problemi ma non ha consapevolezza di averli. Cosa posso fare per convincerla a venire da lei a curarsi?

Sono la mamma di una ragazza di 36 anni con problemi di paure, ansia, ossessioni. Il suo pensiero fisso è trovare un “bravo ragazzo” che la capisca. Con i ragazzi ha avuto esperienze negative, ha trovato sempre le persone sbagliate. Non ha consapevolezza del suo problema, non so come fare per fargli acquisire consapevolezza e farsi curare. A volte mi confida di avere pensieri fissi che gli consumano molte energie. E’ da diversi anni che combatte con questi problemi al punto che non riesce a mantenere il posto di lavoro. Penso si tratti di DOC. Cosa posso fare per convincerla a venire da lei a curarsi? Lo ringrazio anticipatamente per la possibilità che mi ha offerto di esporre il problema. 

Saluti 

A.

Buongiorno, la situazione di sua figlia è abbastanza comune, in quanto molto spesso i problemi psicologici vanno a ledere proprio quelle funzioni psicologiche che sono necessarie per avere piena consapevolezza del propblema e contemporaneamente attivano resistenze psicologiche contro i processi di cura. Tuttavia esistono manovre specifiche per aggirare la mancanza di una piena consapevolezza del problema e le resistenze psicologiche generate dal problema stesso. Per attivare tali manovre, laddove il paziente si rifiuta di andare dallo psicologo, è necessario che tutti i familiari disponibili si rechino insieme dallo psicologo e collaborino per qualche seduta seguendo le istruzioni loro fornite. In questo modo si cambia il contesto relazionale in cui il paziente si trova inserito e si induce un riposizionamento psicologico del paziente che può esitare nell’accettare il processo di cura o nel ridurre drasticamente il comportamento problemtico. Abbiamo una casistica molto ampia di tali situazioni nelle quali queste manovre relazionali ci hanno consentito di intervenire in casi apparentemente bloccati. Per maggiori informazioni su queste manovre veda la sezione terapie indirette nel mio sito (www.dottorleonardi.it)

Cordiali saluti.

Crisi di coppia: è utile fare una psicoterapia di coppia?

Domanda

Buonasera.

Le spiego in breve il mio problema. Ho una relazione da quasi 10 anni, caratterizzata da molti alti e bassi. Ora stiamo attraversando un momento molto difficile. A volte vorrei chiudere, ma  quando lo faccio mi pento e finisco per tornare indietro. Mi stavo chiedendo se era il caso di provare con una psicoterapia di coppia, anche se temo che lui non accetterebbe. Per me sarebbe l’ultima mia possibilità per continuare la relazione.

Secondo lei potrebbe essere utile?

Grazie
S.

Risposta

Salve, quello che Le sta capitando è un’esperienza abbastanza comune. Molto spesso mi arrivano persone con la stessa richiesta di fare una psicoterapia di coppia, come ultimo tentativo per salvare una relazione.

Prima di risponderele, va fatta una premessa.

Ciclicamente tutte le coppie devono affrontare momenti di difficoltà. A volte le difficoltà vengono superate e la coppia esce rafforzata. Altre volte le difficoltà non vengono proprio affrontate, o comunque, nonostante gli sforzi, persistono fino a cronicizzarsi.
Va altresi specificato che quando le difficoltà superano certi livelli fisiologici, il malessere nella coppia può arrivare ad essere elevato e questo può portare a chiedersi se ha senso continuare la relazione. Non di rado questa domanda produce allontanamenti, o veri e propri distacchi, con sistematici riavvicinamenti che generano ancor più confusione e aumentano il senso di stallo.

La psicoterapia di coppia può avere senso in queste situazioni semplicemente perché offre strumenti aggiuntivi per affrontare le difficoltà. La psicoterapia di coppia non deve essere utilizzata per decidere se rimanere insieme o chiudere la relazione, ma esclusivamente per verificare se con strumenti aggiuntivi le difficolta si risolvono. A volte vediamo situazioni cronicizzate da molti anni che si sbloccano in poche sedute. Altre volte la psicoterapia di coppia lascia inalterata la situazione (ad esempio quando uno dei due accetta la psicoterapia di coppia solo per  compiacere l’altro). In alcuni casi la psicoterapia di coppia può addirittura far emergere difficoltà maggiori che fino a quel momento erano rimaste nascoste.

In ogni caso, al di là dell’esito, alla fine di ogni psicoterapia di coppia  entrambi i membri hanno sempre più elementi per scegleire se continuare o chiudere la relazione. Se con la psicoterapia di coppia, le difficoltà sono superate, è probabile che la coppia esca rafforzata e continui la relazione. Se invece le difficoltà sono rimaste, o addirittura sono emerse in modo più chiaro, ognuno dovrà scegliere se accettare quelle difficoltà pur di stare in coppia con l’altro, o se chiudere la relazione pur di uscire da quelle difficoltà.

Questa scelta è personale e deve rimanere tale. E’ fuorviante scegliere all’interno della psicoterapia di coppia. Non ha senso delegare la decisione ad altri, nemmeno allo psicoterapeuta o ad altri esperti del settore. È bene diffidare da chiunque dia consigli in tal senso. Dal punto di vista scientifico, non si può entrare nel merito della scelta  di continuare o chiudere un’esperienza relazionale. Chi lo fa, si pone al di fuori dell’alveo scientifico e inevitabilmente spaccia proprie convinzioni morali, come se fossere pareri tecnici.

A margine va però ricordato un dettaglio molto importante. La scelta di chiudere una relazione genera quasi sempre delle ambivalenze perché in ogni coppia, per quanto disfunzionale, vi sono sempre dei legami affettivi a cui è difficile rinunciare (e questo lo si vede anche in situazioni tragiche caratterizzate da violenze). In questi casi, laddove la persona ha deciso, ma non riesce a realizzare la sua scelta, può risultare utile un percorso individuale finalizzato a realizzare la propria decisione attraverso una miglior gestione delle ambivalenze insite alla scelta.

 

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Soffro di continui attacchi di panico, cosa si può fare?

Salve, soffro di continui attacchi di panico.
Due giorni fa e venuta a mancare una persona che conoscevo e sono due giorni da incubo,ho solo pensieri negativi pianto spasmi, come se fossi in un continuo stato si shock.
Questo evento mi sta portando ad una crisi di nervi.
Sono preoccupato. Cosa si può fare?

 

Risposta

Salve, il Disturbo d’ansia con attacchi di panico può creare stati di malessere molto intenso, che a volte arrivano anche a compromettere le funzioni lavorative, sociali e familiari. Può essere innescato da eventi critici, in soggetti predisposti, ma anche essere completamente slegato dagli eventi.

Gli Attacchi di Panico si caratterizzano per una reazione emotiva violenta e spesso improvvisa di paura, in assenza di un reale pericolo esterno. Non di rado si verificano di notte, e producono violenti risvegli, ma più frequentemente si verificano nelle ore diurne. Questa grande reazione di paura può essere accompagnata da uno o più sintomi somatici molto forti (tachicardia, sudorazione, tremiti, dolori al petto, sensazione di afissia, brividi o vampate di calore, nausea, sensazione di vertige o “testa leggera” o di imminente svenimento, ecc.). Quasi sempre l’individuo riporta paura di impazzire, di perdere il controllo  oppure paura di morire, tanto che non di rado le persone colpite finiscono in Pronto Soccorso per timore di avere un infarto in corso.
Per quanto possa spaventare chi ne soffre, gli Attacchi di Panico,  se curati, hanno prognosi positiva nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto se trattati con certe psicoterapie ( nel 90-95% si risove definitivamente il problema). La durata dell’intervento di cura può essere diversa a seconda del metodo usato: le psicoterapie brevi, sopra menzionate, arrivano alla remissione completa nel giro di un massimo di 10 sedute (ma si inizia a stare meglio fin dallla terza seduta, e non di rado l’intervento si chiude a 5-6 sedute). Non è vero che più lunghe sono le psicoterapie, più l’intervento è approfondito. La lunghezza dipende dalle tecniche usate.

Spesso chi nè soffre, pensa che la soluzione sia capire  le cause degli Attacchi di panico, per rimuoverle e arrivare ad una guarigione. In realtà le psicoterapie che vanno alla ricerca delle cause, oltre ad essere inevitabilmente molto lunghe, spesso migliorano solo  la gestione degli Attacchi di Panico, senza però riuscire a eliminare il Disturbo. Le psicoterapie brevi, invece, focalizzandosi sui meccanismi emotivi che mantengono e alimentano il Disturbo, riescono con poche semplici manovre terapeutiche a disinnescare definitivamente il meccanismo degli Attacchi di panico.

Molti consigliano l’uso di farmaci, come terapia principale o in associazione ad una psicoterapia. In realtà, va precisato che nelle psicoterapie tradizionali, quelle che vanno alla ricerca delle cause, il farmaco può essere un utile supporto per poter fare il lungo lavoro conoscitivo, mentre nelle psicoterapie brevi il farmaco non risulta necessario per ottenere la guarigione.

Va infine ricordato che gli attacchi di panico curati esclusivamente con i farmaci hanno come effetto collaterale quello di diconsolidare la vulnerabilità psicologica dell’individuo, rendendolo più soggetto a successive ricadute di Attacchi di panico. Solo laddove il soggetto non vuole fare una psicoterapia, oppure fa una psicoterapia che non da risultati positivi, la terapia farmacologica può essere un utile strumento per limitare i danni e circoscrivere la disfunzionalità.

Cordiali saluti

 

Come aiutare una persona che rifiuta di andare dallo psicologo?

DOMANDA:

Salve, il mio ragazzo ha gravi problemi psicologici. Non ne ha mai parlato con nessuno, finché non ha conosciuto me alcuni mesi fa. Sono davvero impaurita perché in alcuni giorni è gravemente depresso ai limiti del sopportabile e con forti attacchi di panico. Non riesce a stare in mezzo alla gente (anche se a vederlo sembra naturale e molto più socievole della maggior parte delle persone) Non vuole parlarne con nessuno.
Ho bisogno di aiutarlo, ma non saprei come visto che non vuole farsi vedere da nessuno. Cosa posso fare?

RISPOSTA:

Salve, purtroppo non di rado, la presenza di un problema psicologico va a bloccare e/o distorcere la capacità di esserne pienamente consapevole e soprattutto la capacità di chiedere aiuto e cure. Questa complicazione, abbastanza frequente, può pregiudicare in maniera definitiva la possibilità di essere curati, perché le cure psicologiche non possono essere imposte (come quelle farmacologiche), e necessitano della piena collaborazione del paziente. Tuttavia in siffatti casi, la situazione, per quanto complicata, non è irrimediabile. Esiste infatti la possibilità di ricorrere alle cosiddette Psicoterapie indirette, qualora vi siano familiari o persone vicine disposte a “mettersi in gioco” per aiutare la persona. Tali forme di intervento, basate su un’ottica strategico-sistemica, sfruttano il fatto che ogni individuo (sistema individuale) è sempre interconnesso e si mantiene attraverso relazioni con altri individui, all’interno di specifici sistemi contestuali, tanto che cambiando alcuni elementi in tali individui e nei relativi contesti di appartenenza, si produce una perturbazione e quindi un cambiamento nella persona con problema. In genere, agendo sui soggetti in relazione con la persona problematica, e sui contesti in cui tale persone vive, si ottiene con poche sedute uno spostamento significativo che aumenta la consapevolezza del problema e la capacità di chiedere aiuto, con il conseguente avvio di una Psicoterapia diretta. Tuttavia, in alcuni casi, le Psicoterapie indirette possono anche portare alla vera e propria risoluzione del problema stesso, o ad un suo significativo ridimensionamento. La casistica in ambito scientifico, anche con problematiche molto serie e cronicizzate, ci permette di dire che molto si può fare, anche qualora il paziente si rifiuta di andare dallo psicologo.

Come affrontare il problema delle abbuffate?

Domanda:

Salve,da molti anni, quasi ogni notte, mi sveglio e sento il bisogno di mangiare. Vado in cucina e mangio un po’ di tutto, quello che trovo, preferibilmente cose dolci. Subito dopo riprendo a dormire, ma dopo 2 o 3 ore il rito si ripete. Alcuni giorni può succedermi anche 3 volte in una notte. Alla mattina quando mi sveglio sono satura, e spesso salto colazione, per compensare l’abbuffata notturna. In questi ultimi anni sono ingrassata molto. Si può risolvere questo mio problema?

Risposta

Le abbuffate sono un sintomo ben conosciuto in ambito clinico, e possono essere associate a differenti quadri psicologici. A volte consistono in episodi di durata circoscritta durante i quali la persone assume quantità molto grandi di cibo, fino a saturazione, mentre altre volte possono manifestarsi in un arco temporale ampio attraverso l’assunzione continua di piccole quantità di cibo, che tuttavia nell’insieme rappresentano un quantitativo molto rilevante. Possono presentarsi durante le ore diurne, così come durante quelle notturne, al riparo da occhi indiscreti. Non di rado le troviamo associate a comportamenti di eliminazione (vomito, uso di lassativi, ecc). Se non curate, tendono a cronicizzarsi, producendo una seria compromissione della salute organica.

In questi casi, risulta necessario intreprendere una psicoterapia per risolvere il problema, in quanto è molto improbabile una remissione spontanea, mentre i rischi di una cronicizzazione sono elevati.

Le psicoterapie tradizionali affrontano il problema andando alla ricerca delle cause e dei significati reconditi delle abbuffate, seguendo l’idea, molto diffusa nell’attuale contesto socio-culturale, che la comprensione possa aiutare a risolvere il problema. Idea affascinante, se non fosse che migliaia di pazienti, dopo anni di psicoterapie, arrivano a conoscere molto bene i significati e le cause delle loro abbuffate, senza però riuscire ad eliminarle. Altri approcci considerano le abbuffate dei comportamenti di autolesionismo (“non ti vuoi bene…. non hai rispetto di te stessa”) e per eliminarle cercano di aumentare l’autostima: in tal senso strutturano processi di sostegno al fine di motivare il paziente a non fare più abbuffate, ingaggiando un logorante braccio di ferro con il problema, fatto di piccole vittorie e ricorrenti cadute.

Dal punto di vista strategico-interazionista, la soluzione non passa attraverso la comprensione, né attraverso una relazione empatica o di sostegno emotivo, ma bensì attraverso precise tecniche che intervengono direttamente sui quei meccanismi emotivi che generano l’abbuffata: questo approccio consente in poche sedute di disattivare tali meccanismi emotivi, e successivamente produrre un consolidamento attraverso una ristrutturazione sul piano dei significati. Se non ci sono altri quadri psicologici disfunzionali concomitanti, l’intervento non supera le 10 seduta, in un arco di tempo di di 4/5mesi. I risultati di questo trattamento sono buoni: l’80% ha eliminato totalmente il problema, mentre circa il 10% lo ha risolto in modo parziale riportando miglioramenti significtivi ma non la completa eliminazione.

“Mi sento insicura. Cosa posso fare?”

Domanda

Buongiorno, sono una ragazza di 23 anni e mi sto laureando con buoni risultati. Tuttavia, da sempre, ovunque vado mi sento insicura, timorosa di sbagliare, e potenzialmente giudicata male da chiunque. Ormai sono abituata a convivere con questo fardello, ma è una sensazione da cui vorrei liberarmi, che tra l’altro mi ha fatto perdere grandi occasioni nella vita. Si può fare qualcosa?  

Risposta

Il senso di insicurezza, spesso associato al sentirsi inferiori agli altri, è uno stato psicologico che può generare rilevanti difficoltà, fino a pregiudicare la propria realizzazione personale, e quindi la propria qualità di vita. In una certa misura, tutti lo sperimentano: quando è circoscritto a situazioni limitate, o a periodi particolari, lo si può considerare fisiologico, ma può risultare addirittura funzionale, perchè, se ben elaborato, diviene una spinta motivazionale per migliorarsi. In questi situazioni non è opportuno alcun trattamento, anche perchè, se non lo si elabora in maniera appropriata, può al massimo rappresentare un fastidioso rumore di fondo, senza tuttavia divenire invalidante.
In altre situazioni, invece, il senso di insicurezza può raggiungere livelli elevati, divenire pervasivo e trasversale a molte situazioni, compromettendo la capacità di affrontare e gestire le situazioni di vita più comuni. In questi casi va considerato un problema clinico, e va risolto, perché con il passare del tempo tende ad aggravarsi e produrre un disadattamento progressivo.
Allo stato attuale, dopo centinaia di casi trattati, siamo riusciti a mettere a punto innovative tecniche di intervento, sempre più precise, che ci permettono di eliminare definitivamente questo problema in un massimo di 10 sedute, che si riducono a 5/6 per le situazioni più lievi, senza il supporto di nessun farmaco.
Puó sembrare strano che un senso di insicurezza e/o inferiorità stratificatosi per molti anni si possa dissolvere in un massimo di dieci sedute, ma i progressi delle scienze cliniche, in tutte le branche, consistono proprio nel fare “con poco” ciò che prima veniva fato con molto.

 

Si può curare la depressione?

Domanda

Ho un amico che soffre da molti anni di depressione. Va da tanto tempo dallo psicologo e prende farmaci da più di dieci anni. Io non vedo miglioramenti, ma anzi mi sembra che le cose vadano sempre peggio. E’ normale che succeda tutto questo? E’ curabile la depressione?

Risposta

Si, la depressione è certamente curabile, anche se esistono modalità molto diverse di farlo.
I farmaci antidepressivi molto spesso sono la prima risposta, e la più semplice, ma possono avere effetti collaterali significativi ed essere trattamenti molto lunghi. Inoltre le depressioni trattate con farmaci hanno un elevato tasso di ricadute negli anni successivi.
La psicoterapia è senza dubbio l’intervento da preferirsi.
Vi sono molti tipi di psicoterapia, alcuni che possono richiedere un supporto farmacologico da uno psichiatra, altre che si basano esclusivamente su tecniche psicologiche.
Le psicoterapie hanno generalmente effetti collaterali minimali.
Alcune tipologie possono essere lunghe anni, altre possono essere molto brevi (non oltre le 10 sedute), con percentuali di efficacia inotrno al 90% e con percentuali di ricadute molto limitate, anche laddove io disturbo è presente da molti anni.
La depressione si può dunque curare con la psicoterapia, anche quando si presenta in forme gravi.
Sui farmaci vanno date alcune informazioni:  possono essere utili a contenere l’impatto della malattia, se non si fanno interventi di psicoterapia, ma non sono indispensabili, tanto che nelle nostre terapie non vengono richiesti. E soprattutto i farmaci non vanno presi a scopo preventivo, come a volte i pazienti ci raccontano, e come certi luoghi comuni nefasti tendono a suggerire laddove chiamano il Prozac ” la pillola della felicità”. Affermare queste cose è semplicemente privo di qualsiasi fondamento scientifico. Nè i farmaci vanno presi con leggerezza appena si verifica un fisiologico abbassamento del tono dell’umore, altrimenti si cade nel cosiddetto “overtreatment” (sovratrattamento) che oggiogiorno rappresenta un grandissimo problema evidenziato dall’abuso di terapie farmacologiche
La depressione, come tutte le malattie, diventa cronica se non si cura, ma NON È UN DISTURBO CRONICO, come lo possono essere quelle malattie incurabili che per forza di cose diventano croniche.

In conclusione, se una persona soffre di depressione, deve sapere che se ne può uscire ed è sufficiente fare una sola cosa: curarsi.
Se è già in cura da molto tempo, senza esserne uscito, vuol dire che ha scelto il metodo terapeutico o il terapeuta non adatto a sè e quindi, anche in questo caso, è sufficiente fare una sola cosa: cambiarlo.

 

Quando è necessario ricorrere agli psicofarmaci?

Domanda

Quando si ha un problema psicologico è necessario ricorrere agli psicofarmaci?

Risposta

Gli psicofarmaci non vanno demonizzati, ma non vanno certamente mitizzati. Vedendo l’uso, o meglio l’abuso che ne viene fatto oggigiorno, il rischio è di considerarli una panacea per ogni malessere psicologico. E non lo dico solo io che sono uno psicologo. Lo dicono anche alcuni colleghi psichiatri, rigorosi e illuminati, che quotidianamente si trovano a dover spiegare nei loro studi che i farmaci possono essere utili in certe situazioni, ma dannosi in altre, e che non sono una bacchetta magica in grado di cancellare i problemi.

Nella mia pratica clinica vedo spesso persone, anche molto giovani, a cui vengono prescritte terapie farmacologiche per superare fisiologici eventi di vita, come lutti, delusioni amorose, o altre difficoltà di vita, come se il farmaco potesse in qualche modo essere la soluzione, e non solo un “espediente” per non sentire il dolore e coprire il problema.
Ho visto, non di rado, pazienti provenire da lunghe psicoterapie, durante le quali il collega aveva invitato il paziente stesso a rivolgersi allo psichiatra per associare una cura farmacologica alla psicoterapia.
Ultimamente vedo sempre più spesso madri e padri che mi narrano storie indicibili di bambini, dei loro bambini, trattati con pesanti terapie farmacologiche per alterazioni comportamentali che potrebbero essere trattate con altri sistemi. Questa è una deriva davvero molto preoccupante, perchè gli effetti collaterali degli psicofarmaci sui bambini sono letteralmente non calcolabili, con rischi di ripercussioni psicologiche enormi nel medio-lungo termine.
Ovviamente le casistiche sono tante, e non posso addentrarmi in questo contesto, ma certamente la mia esperienza clinica di questi ultimi vent’anni mi porta a dire che esistono molti casi di pazienti che vengono curati con farmaci mentre potrebbero risolvere il loro problema con una semplice psicoterapia, senza alcun bisogno di farmaco.

Tutto questo non vuol dire che i farmaci non vanno mai usati, ma che vanno usati solo quando servono realmente, solo quando non ci sono alternative, e con tutte le cautele necessarie, perchè ogni farmaco ha sempre effetti collaterali più o meno marcati, sia a livello biochimico che psicologico.
In termini tecnici, va sempre valutato se il benefico prodotto dal farmaco è maggiore dell’inevitabile disfunzionamento prodotto dal farmaco stesso (che chiamiamo in modo eufemistico “effetto collaterale”), cioè va valutato il rapporto costi/benefici. E purtroppo spesso, abbagliati dall’apparente beneficio iniziale, molti non valutano i costi in termini di effetti collaterali a medio-lungo termine, tra cui in primis la dipendenza e la maggiore vulnerabilità psicologica che si genera nell’assunzione di farmacoterapie.
Difatti non va dimenticato che se da una parte il farmaco riduce il problema, dall’altra contemporaneamente riduce anche le risorse psicologiche, tanto che le psicoterapie strategiche, focalizzate sulle risorse dei pazienti, sono più lente nell’esplicare i loro effetti quando vi è una terapia farmacologica concomitante.
Come dico spesso ai miei pazienti, il farmaco funziona come un paracadute: se uno sta precipitando, il paracadute attenua l’impatto e può salvare la vita, ma una volta atterrato quello stesso paracadute rende difficile muoversi. In questo senso lo psicofarmaco può ridurre l’impatto, ma rende certamente molto più lenta la ripresa.
Molti colleghi, riportando linee guida internazionali affermatesi qualche anno fa, sostengono che gli esiti migliori si hanno associando le psicoterapie alle farmacoterapie. Personalmemte, in base alla mia esperienza clinica, posso affermare e documentare che attraverso la psicoterapie, almeno quelle non tradizionali di matrice strategica, è possibile risolvere, senza l’ausilio di farmaci, disturbi d’ansia generalizzata, attacchi di panico, depressioni, disturbi post-traumatici, fobie specifiche, fobie sociali, disturbi ossessivi-compulsivi, anoressia, bulimie, binge eating, disturbi del sonno, disturbi psicosomatici, cleptomania, oltre a molti disturbi dell’età evolutiva attraverso la terapia indiretta. In tal senso importanti studi su Riviste Scientifiche hanno affermato di recente che la psicoterapia deve essere il primo tentativo e la farmacoterapia una seconda scelta, qualora non sia praticabile la prima o abbia già dato esito negativo.

In conclusione una precisazione è però d’obbligo e la voglio dire con chiarezza:
SE UNA PERSONA ASSUME UNA TERAPIA PSICOFARMACOLOGICA E SMETTE AUTONOMAMENTE IN MODO DRASTICO DI PRENDERE QUEI FARMACI, CORRE GRAVI RISCHI DI PEGGIORARE LA SITUAZIONE. Per smettere è necessario trovare un intervento clinico alternativo, cioè una psicoterapia, e affidarsi alle cure di un medico per fare lo scalaggio senza correre rischi.

Ritornando alla domanda iniziale:
quando si ha un problema psicologico è necessario ricorrere agli psicofarmaci?
La risposta in estrema sintesi è la seguente:
SE UNA PERSONA HA UN PROBLEMA PSICOLOGICO, PRIMA DI INIZIARE UNA TERAPIA FARMACOLOGICA, È MEGLIO PROVARE A RISOLVERE IL PROBLEMA CON UNA PSICOTERAPIA. Solo quando ha visto che la psicoterapia intrapresa non funziona, se proprio non vuole fare un altro tentativo, può aver senso rivolgersi ad uno psichiatra per assumere farmaci.

 

La psicoterapia può avere effetti negativi?

Domanda

La psicoterapia può far male invece che bene?

Risposta

L’ idea comune, spesso sostenuta anche dagli addetti ai lavori, è che andare dallo psicologo può far solo bene, e certamente non può far “male”. Da ciò ne consegue la ovvia deduzione che è sempre meglio andare.

Io ritengo che questa idea sia errata, e infondata da un punto di vista scientifico.
Le psicoterapie sono interventi clinici, e come tutti gli interventi clinici, possono avere effetti collaterali negativi. Se un intervento clinico non può far anche male, significa che è innocuo, e quindi non può far nemmeno bene. È come un bisturi: se non taglia, certamente non può far male, ma non può nemmeno produrre alcun beneficio.
Quando uno psicologo ci dice di stare tranquilli, perche venire nel suo studio a parlare di sè non puó far male, non differisce da un chirurgo che ci tranquillizzasse prima di un intervento, sostenendo che il suo bisturi non taglia.

In definitiva, se accettiamo l’idea che una psicoterapia non può far male, diamo per scontato che non può nemmeno far bene, e dunque è inutile.
In realtà, le evidenze cliniche ci dicono che una psicoterapia può produrre rilevanti cambiamenti funzionali (positivi per il soggetto), ma anche disfunzionali (cioè negativi per il soggetto). Questo rapporto costi/ benefici va sempre valutato, soprattuttto nel caso di bambini e adolescenti, ma anche con adulti. Uno psicologo che nega questa possibilità, rischia di sottostimare e non vedere i potenziali effetti collaterali che possono scaturire dal suo intervento.
Quando si sceglie uno psicologo, è bene fare domande in questo senso, se non altro per accertarsi che c’è attenzione a questo fenomeno e che tutte le contromisure siano state prese per ridurre l’incidenza di effetti collaterali negativi.

 

Cosa fare per eliminare l’insonnia?

Domanda

Da quando sono andato in pensione, circa 9 anni fa, ho iniziato a soffrire di insonnia, nel senso che ho continui risvegli e al mattino mi alzo stanco. Ho provato a prendere rimedi naturali, omeopatici, senza ottenere alcun beneficio. Di giorno provo a stancarmi,  ma i risvegli continuano. In questi ultimi tempi quando sono stanco prendo un farmaco che mi ha consigliato il mio medico di base: all’inizio funzionava, poi sempre meno. Mi ha aumentato la dose, e ora dormo nuovamente, ma temo che tra poco non sarà sufficiente nemmeno questa dose. ci sono rimedi alternativi? 

Risposta

L’insonnia è il disturbo del sonno più diffuso, tanto che ogni anno si stima che il 40% della popolazione nè soffre, in maniera transitoria o cronica. In linea generale consiste nella difficoltà ad addormentarsi, o nella difficoltà a mantenere il sonno, con risvegli multipli durante la notte o risveglio precoce al mattino.
È un problema da non sottovalutare perchè ha forti ricadute sulla morbilità (probabilità dell’insorgenza di altre patologie) e sulla mortalità, oltre che sulla qualità di vita e sulle perfomances degli individui.
Quasi sempre le persone che ne soffrono si rivolgono al medico di base, il quale prescrive dei farmaci ipnoinducenti che apparentemente sembrano risolvere il problema. In realtà tali farmaci danno solo l’illusione di risolvere il problema, perche determinano un sonno artificiale, ben diverso dal sonno naturale. Inoltre i farmaci creano significativi effetti collaterali negativi, oltre al classico fenomeno della dipendenza ( non si può più fare a meno del farmaco) e dell’assuefazione ( man mano che passa il tempo, sono necessarie dosi sempre maggiori di farmaco per ottenere l’effetto).
Per queste ragioni credo sia poco conveniente ricorrere ai farmaci per dormire bene.
Per quanto possa sembrare strano a chi soffre di insonnia da una vita, attraverso tecniche innovative è possibile far arrivare il sonno naturale con poche e semplici manovre ben calibrate, senza generare alcun effetto collaterale. Basti pensare che in media, se il disturbo del sonno non è associato ad altri disturbi psicologici e se non ci sono lunghe dipendenze da farmaci, impieghiamo al massimo 2 o 3 sedute per risolvere tali problemi.
La percentuale di efficacia raggiunta con queste tecniche super il 90% dei casi trattati e conclusi.

Cos’è la depressione?

Domanda

Si sente tanto spesso parlare di depressione, e non si comprende più quanto sia diventato una moda, o un modo dire, e quanto sia effettivamente una malattia. Ma cos’é dal punto di vista scientifico la depressione? E’ curabile?

Risposta

La depressione è una malattia caratterizzata da persistente tristezza e perdita di interesse nelle attività che normalmente ti piacevano, accompagnata da incapacità a espletare le attività quotidiane, per almeno due settimane. Inoltre, persone con depressione solitamente hanno molti dei seguenti sintomi: perdita di energia, cambiamento nell’appetito, aumento o diminuzione del sonno, ansia, riduzione nella capacità di concentrarsi, incapacità a prendere decisione, irrequietezza, senso di inutilità, senso di colpa, disperazione, pensieri autolesionisti e di suicidio.

Le previsioni dell’OMS stimano che nel 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa al mondo.

Il Libro bianco sulla depressione, realizzato dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della donna, evidenzia dati piuttosto allarmanti: 4,5 milioni di persone risultano affette da questo disturbo.
Interessanti sono i dati sulla percezione della depressione: la maggioranza di un campione rappresentativo considera l’impatto della depressione assimilabile a quello di una malattia organica, e addirittura circa un quarto lo ritiene inferiore solo a quello di un tumore.
Questi dati sono importanti perchè evidenziano, ancora una volta, come sia fuori dalla realtà una certa visione che tende a sottovalutare il peso di questo disturbo, o a relegare queste sofferenze a semplici “fissazioni “non paragonabili alle “sofferenze delle malattie vere”.
Tuttavia è bene non cadere nel versante opposto, cedendo alla tentazione allarmistica di ipotizzare scenari da epidemia globale. In tal senso alcune cose vanno dette con chiarezza.

La depressione si può curare con la psicoterapia, anche in tempi brevi, e non necessità per forza di lunghi trattamenti, anche laddove è presente da molti anni.
I farmaci possono essere utili a contenere l’impatto della malattia, se non si fanno interventi di psicoterapia, ma non sono indispensabili, tanto che nelle nostre psicoterapie non vengono richiesti.

In sintesi è bene non sottovalutare la depressione configurandola come una “fissazione” o una semplice mancanza di volontà, ma è altrettanto importante non sopravvalutare la depressione, configurandola come un disturbo difficile da curare che tende a diventare cronico.

 

Non riesco a perdere peso! Perché?

Domanda

Vorrei dimagrire, sono anni che faccio diete….ma invece di perdere peso, negli anni l’ho acquistato. Non so più cosa fare. Perchè non riesco a dimagrire?

Risposta

Queste parole rappresentano una delle frustrazioni più diffuse in questo periodo storico.

Al di là delle questioni estetiche, alle quali ognuno può dare un valore diverso, il fatto di tentare di perdere peso, e di non riuscirci, può avere significative ripercussioni psicologiche anche su altre sfere di vita, perché in seguito al fallimento cronico delle diete, le persone possono sviluppare un senso di impotenza, una perdita di autostima, una perdita di empowerment che si estende anche ad altri ambiti. Nei casi più gravi, il tentativo di dimagrire può determinare l’insorgenza di veri e propri disturbi, come il vomito compulsivo, la bulimia o l’anoressia.

La domanda sul perchè non si riesce a dimagrire è tutt’altro che sciocca, e porta alla luce un macroscopico auto-inganno nel quale è facile rimanere intrappolati e cioè: “la dieta è una questione di volontà”. Quante volte abbiamo sentito dire questa frase, come fosse una verità assoluta? In altri termini si tende a pensare che se si vuole dimagrire basta non mangiare, ed è solo una questione di volontà.
In realtà, milioni di persone che provano a dimagrire senza riuscirci, e anzi spesso ingrassano, ci dovrebbero rendere evidente un semplice fatto: le diete non fanno dimagrire, anzi spesso sono un modo efficace per ingrassare.
Strano, paradossale ma senza dubbio reale. Perchè accade questo?
Il discorso sarebbe lungo, ma volendo semplificarlo si può dire che fare le diete è come costruire sbarramenti a monte di un fiume: all’inizio, il flusso d’acqua si riduce, ma l’acqua che ristagna a monte produce una pressione sempre maggiore che è destinata a straripare, prima o dopo, producendo un aumento travolgente del flusso d’acqua. In altri termini ciò vuol dire che le diete all’inizio producono una transitoria perdita di peso, cioè l’illusione di dimagrire, a cui segue sistematicamente il crollo con il recupero del peso perso, spesso accompagnato da un sovrappiù.
E allora?
Allora, in primo luogo, bisogna uscire dal potente autoinganno di pensare che il perdere peso sia una questione di dieta, di volontà. In secondo luogo si deve iniziare a pensare che perdere peso implica un cambiamento psicologico, un diverso assetto mentale ed è una mera questione di strategia psicologica… (a conferma basti vedere quelle persone che riescono a dimagrire, ma ci rimangono intrappolate, come le anoressiche, le quali, senza rendersene conto, nel tentativo di dimagrire hanno prodotto un radicale cambiamento psicologico, purtroppo pericolosamente disfunzionale).

E allora come fare a perdere peso?
A volte vediamo persone che riescono a produrre spontaneamente il cambiamento psicologico necessario, e riescono a perdere peso senza strazianti diete, e senza grandi sacrifici. In questo caso, non c’è ovviamente bisogno di null’altro: l’unica doverosa avvertenza a chi fa da sè, è di stare attento a non produrre un cambiamento psicologico eccessivo e disfunzionale che sfocia in un vero e proprio Disturbo Della Condotta Alimentare.
Quando non si riesce da soli, invece di continuare a passare da una dieta ad un’altra, insistendo per anni e anni nel reiterare soluzioni fallimentari, si dovrebbe iniziare a pensare che il problema va affrontato diversamente, “partendo dalla testa, e non dallo stomaco”….e a tal fine può essere utile la consulenza di uno psicologo specializzato in questi problemi. La chiave risolutiva è più semplice di quanto si possa pensare dopo anni di fallimenti delle diete, e soprattutto non richiede sforzi di volontà disumani per privarsi dei piaceri del cibo.

 

Mio figlio da segni di disagio psicologico. Cosa posso fare?

Domanda

Ho un bambino di 11 anni, e lo vedo strano, diverso dagli altri bambini della sua età. Non si interessa a nulla, non riesce a stringere amicizie, guarda sempre la telvisione e gicoa con la play. A volte perde la calma diventando molto aggressivo nei miei confronti. Non so se è normale che un bambino abbia queste fasi o se è meglio che lo porti da uno psicologo, come mi consiglia la mia amica. Cosa posso fare? 

Risposta

Se un genitore ha un dubbio, circa il buon finzionamento psicologico del figlio, è appropriato chiedere una consulenza psicologica, ma senza coinvolgere direttamente il figlio, onde evitargli l’effetto collaterale di venire a contatto con un professionista della salute mentale.
Anche qualora lo psicologo rilevi la necessità di intervenire con una psicoterapia, sono sempre da preferire le terapie indirette sui genitori, piuttosto che quelle dirette sui bambini e adolescenti. Difatti ogni intervento clinico ha effetti collaterali da non trascurare e anche una psicoterapia su un bambino in cui il professionista utilizza prevalentemente il gioco, ha seri effetti collaterali, per il fatto stesso di essere fatta in un ambiente clinico, da un professionista clinico.
Per questa ragione va data grande attenzione al monitoraggio e alla valutazione degli effetti collaterali delle psicoterapie, in modo da ridurli al minimo.

In virtù di questa prudenza, nel mio lavoro clinico io adottto esclusivamente le Terapie indirette nel trattamento di bambini e adolescenti; sono più faticose per i genitori, ma danno risulti migliori in termini di efficacia e soprattutto azzerano gli effetti collaterali sui bambini.
Le terapie indirette sono interventi rivolti ai genitori affinché sviluppino specifiche strategie psicologiche e comportamentali per produrre i cambiamenti necessari per sbloccare le problematiche dei loro figli. Si lavora sui genitori non in quanto si ritiene siano la causa dei problemi, ma in quanto si ritiene abbiano le maggiori risorse psicologiche e le maggiori possibilità concrete per indurre cambiamenti nel bambino. In questo modo si evita al bambino l’effetto collaterale di sostenere una psicoterapia, e si creano le condizioni per generare un cambiamento nel contesto naturale, e non in quei contesti artificiali che sono gli studi degli psicologi. La terapia indiretta non esclude categoricamente la possibilità di vedere in via eccezionale il bambino o l’adolescente, ma configura questa possibilità come accessoria e la attua secondo precise regole di ingaggio.
Qualora le risorse genitoriali non si rivelino sufficienti a produrre i cambiamenti necessari, è possibile generare esperienze emozionali correttive nel bambino attraverso educatori, formati ad hoc. Tali esperienze emozionali correttive si realizzano all’interno del contesto naturale di vita del bambino, e consistono in quelle stesse esperienze psicologiche che sono alla base delle psicoterapie strategiche con gli adulti, ma che con i bambini non sarebbero attuabili all’interno dello studio dello psicologo.

Quando è necessario rivolgersi allo Psicologo?

Domanda

Voglio iniziare questo blog, ponendomi io stesso una domanda che spesso molte persone, nel mio lavoro ma anche nella vita privata, mi rivolgono. Quando è necessario rivolgersi allo Psicologo?

Risposta

Questa domanda potrebbe sembrare semplice per un addetto ai lavori, ma in realtà non è affatto scontata.
Secondo il cosiddetto “buon senso”, quando una persona sente un
malessere interiore dovrebbe rivolgersi allo psicologo. Tuttavia, se si guarda con attenzione, si potrà notare che ognuno di noi, in ogni momento, ha qualche forma di malessere, dato che sistematicamente siamo colpiti, direttamente o indirettamente, da eventi negativi (basta guardare un telegiornale e vorrei vedere chi non sente un certo malessere). Se le cose stessero dunque così, ogni persona, in ogni momento della vita, dovrebbe andare dallo psicologo, ma questo con tutta evidenza non può essere accettato.
Secondo una psicoterapia tradizionale, che si focalizza sull’aumentare la conoscenza di sè, una persona deve andare in psicoterapia quando sente il bisogno di conoscersi meglio. Considerando che tutti vorrebbero conoscersi meglio, e che alla conoscenza non c’è mai fine, ogni persona in ogni momento dovrebbe fare una psicoterapia. Anche qui qualcosa non torna perchè si potrebbero intravedere dei rischi di entrare in circuiti senza fine, ma in questo caso, se la spinta è il desiderio di conoscersi, potremo accettare che in fondo ognuno ha la libertà di scegliere le modalità attraverso cui conoscere sé stesso.
La risposta che do io alla suddetta domanda è diversa e parte da una constatazione molto semplice. La psicoterapia, almeno quella che faccio io, è uno strumento per cambiare sè stessi laddove il soggetto non sia riuscito a farlo autonomamente. Tutti gli esseri umani cambiano in continuazione, ma in alcuni momenti, su alcuni aspetti, non riescono a farlo e allora tra le varie iniziative che possono intraprendere vi è anche la psicoterapia. In senso lato, si potrebbe dire che anche un lungo viaggio, o altre esperienze di vita possono produrre un cambiamento, ma certamente tra tutte le cose che si possono fare per cambiare, la psicoterapia è l’unica scientificamente validata. Cosa significa concretamente voler cambiare sè stessi? Significa voler aver pensieri, emozioni e comportamenti diversi da quelli che si hanno, eliminandone alcuni che si ritengono disfunzionali, o creandone altri che si ritengono più appropriati. Ovviamente con una psicoterapia si può cambiare solo sé stessi: tuttavia sebbene non si possano cambiare gli altri o la realtà esterna, si puó cambiare il peso che gli altri e le realtà esterne hanno su di noi, il che può equivalere a liberarsi dall’oppressione esercitata dalle condizioni esterne.
Questa, in concreto, è la mia risposta. Ovviamente data questa premessa, la psicoterapia diventa un percorso chiaro e circoscritto, con obiettivi definibili e valutabili, senza il rischio di interventi senza fine.